Una giornalista di Nostro Tempo, settimanale cattolico modenese, intervista l'AGe sul tema dei videogiochi violenti.

Riportiamo qui di seguito il testo con le risposte di Claudia Martelli, presidente di A.Ge. Modena, quelle di Silvia Ferraguti, sociologa ed esperta di AGe Modena, di Edera Vaccari Psicologa ed esperta di AGe sui problemi comportamentali dei bambini ed adolescenti, di Stefania Agazzotti, Psicologa ed esperta di AGe sui disturbi di apprendimento, nonche’ un sunto del pensiero del Presidente Nazionale A.Ge. Maurizio Salvi (vedi appello pubblicato su questo sito e su www.AGe.it), e infine un commento di Maria Grazia FantiniPresidente AIART di Modena.
Uno stralcio di questa intervista è pubblicata da Nostro Tempo, sul numero 43 del 2 Dicembre 2006.

DOMANDA:

Sta per arrivare anche in Italia “Rule of Rose” il videogioco dai contenuti sadici e violenti in cui una ragazzina viene costretta a subire ogni sorta di sevizie dalle amiche, prima di venire sepolta viva in una bara. La grafica realistica ne fa un gioco particolarmente “coinvolgente”. Sebbene al videogioco sia apposta la dicitura “Vietato ai minori di 16 anni”, il rischio è che finisca nelle mani di bambini ed adolescenti. Ma “Rule o Rose” è solo l’ultimo dei videogiochi violenti dati in pasto ai nostri ragazzi.  Come vigilare e come educare anche al gioco?

Risponde Claudia Martelli (Presidente di AGe Modena)

Ogni gioco ha delle regole, da quelli tradizionali di movimento (nascondino, ruba-bandiera etc…), a quelli di società (il gioco dell’oca, monopoli, risiko …..), disattendendo le quali il gioco cessa di avere una ragione di essere e di procurare divertimento. La prima regola che si insegna ai nostri bambini è che esiste una disciplina, anche nel gioco, che ti impedisce di divertirti, nel momento che la disattendi. Lo stesso vale nello sport: il fine non giustifica il mezzo. Un bravo allenatore o istruttore deve in primis assicurarsi che siano rispettate le regole di comportamento di base e punire i comportamenti violenti o irrispettosi dell’avversario. Esiste cioè una educazione al rispetto delle regole, la principale delle quali è il rispetto della persona (il tuo avversario, il tuo compagno di squadra…). Nessun genitore si sognerebbe mai di insegnare o proporre un gioco dalle modalità violente, per il quale l’avversario debba soffrire e, tanto meno perdere la vita.

Diverso è il rapporto coi videogiochi, che costituiscono un fenomeno relativamente recente, per il quale il ruolo di sorveglianza dell’adulto di riferimento (genitore) risulta ancora più importante, proprio perché l’obiettivo, apparentemente condivisibile del gioco, può venire perseguito con modalità di comportamento in assoluto contrasto con i valori educativi della famiglia. Molti genitori sono totalmente ignari delle modalità di molti videogiochi ai quali i loro figli si dedicano, anche in considerazione del fatto che spesso i ragazzi si scambiano i giochi elettronici all’insaputa delle famiglie.

Quindi, per rispondere alla domanda mi pare utile mettere in guardia i genitori, che ancora non avessero raggiunto questa consapevolezza, che il mercato dei videogiochi è pieno di proposte indecenti per le quali i nostri figli devono essere educati a scegliere con senso di responsabilità e operare una vera e propria censura. Credo in altre parole che non possiamo delegare ad altri (Autorità, Istituzioni etc…) una responsabilità che è tutta nostra, di insegnare a distinguere, a riconoscere le provocazioni e le proposte di trasgressione che incontreranno nel loro cammino di crescita. Serve in famiglia un dialogo aperto e continuativo su questi temi, perché i figli comprendano che non è giustificato l’omicidio, la violenza, il sopruso, su un altro essere, semplicemente perché parte di un gioco virtuale. Esiste un’etica del divertimento, cui fare riferimento nel momento in cui si sceglie come trascorrere il proprio tempo libero.

Relativamente a “Rule of rose” non ho nulla da commentare, se non che appartiene al filone più bieco del divertimento e che costituirà probabilmente l’occasione per molti genitori di interrogarsi su questi temi e parlarne ai figli. L’indicazione del divieto ai minori di anni 16, mi fa semplicemente sorridere (è un eufemismo), perché ritengo che - se il contenuto è davvero quello di cui si legge- il divieto non ha limiti, trattandosi di una forma di istigazione a delinquere, punita dalla legge.

Non mi sorprende, anche se mi disturba un po’, il clamore di questi giorni dell’opinione pubblica, incline a gesti molto plateali di indignazione, sempre e solo rivolti verso fatti negativi (si solleva mai l’opinione pubblica a favore di giochi a contenuto educativo ? o relativamente ai comportamenti positivi di accoglienza, di accettazione della diversità e all’impegno di integrazione del “diverso da noi” nelle scuole?).

Perché il “marcio” fa notizia e “il buono” passa inosservato?

Rule of rose, costituisce il pretesto per un discorso che ha radici più profonde. Cosa sappiamo dei nostri figli, dei compagni che frequentano e del loro modo di divertirsi? Cosa pensano i nostri figli di questi tipi di videogiochi e quale è la loro percezione della realtà e il distinguo che fanno fra reale e virtuale?


DOMANDA:

Recenti fatti di cronaca dimostrano come episodi di violenza (nei confronti dei più deboli, come il caso del ragazzo Down picchiato dai compagni e filmato), violenza sessuale e atti criminosi coinvolgano sempre più adolescenti e ragazzi. Possiamo attribuirla, in parte, ai giochi violenti, o ad un vuoto educativo?


Risponde SILVIA FERRAGUTI – SOCIOLOGA ed esperta di AGe Modena

Credo che siano entrambi responsabili di un condizionamento negativo nei confronti dei giovani, ma anche di un disagio che riguarda le famiglie e la società che ha natura diversa, perché gli stili di vita vanno cambiando nella direzione di un maggior consumismo materiale e di una minore disponibilità di tempo da dedicare all’ascolto e al dialogo con i figli.

I bambini ed i ragazzi sono lasciati spesso soli , sono poco ascoltati per mancanza di tempo e, talvolta, di voglia da parte degli adulti, che sopperiscono a queste carenze riempiendo i figli di cose materiali per rassicurarli del loro affetto. Così alcuni bambini si ritrovano ad avere tanto superfluo, ma mancano di forti valori di riferimento e di modelli positivi.

Anche i momenti di riunione familiare, come ad esempio i pasti, sono spesso poco comunicativi, dal momento che frequentemente è la televisione, che parla.

Alcuni di questi bambini finiscono con il relazionarsi in solitudine con i loro problemi isolandosi con i videogiochi o la televisione, che diventano una sorta di mondo di riferimento parallelo dove esprimersi, sfogarsi e riconoscersi.

Sempre più intrappolati in questi mondi virtuali o fittizi, possono arrivare a perdere il contatto con la dimensione reale del vivere e creare una dipendenza da essi. Ad alcuni genitori, non coscienti delle conseguenze, può andare bene perchè i figli, chiusi nelle loro camere, immersi nel “cyberspazio” o incantati dalla televisione, non sono impegnativi.

I problemi si manifestano quando il giovane perde la distinzione fra realtà e fiction, e pensa che tutto sia possibile e permesso come sullo schermo. La disponibilità di riprendere immagini con il videotelefonino, può indurre un gruppo di ragazzi dai valori deboli a rendersi protagonisti di azioni improvvisate di bullismo o prevaricazione e farsene vanto, tanto da riproporle in rete.

A partire dagli adulti bisognerebbe adoperarsi per riscoprire una dimensione comunicativa familiare più profonda e cominciare con esempi forti, scegliendo di spegnere la televisione o il computer e di ritagliare tempo da dedicare all’essere famiglia e a proposte di divertimento qualitativamente diverse.

I media hanno poi un margine di responsabilità, quando amplificano le gesta irresponsabili e i comportamenti deviati di questi giovani, dedicando ad essi una prolungata attenzione, che rafforza in quel tipo di giovani la convinzione di essere visibili e dunque importanti.

DOMANDA:

Quali potrebbero essere le conseguenze psicologiche e comportamentali di un bambino o di un adolescente che si trova a passare buona parte del suo tempo libero tra videogiochi di stampo violento? Quale il ruolo della famiglia per evitare che i ragazzi vengano a contatto con queste realtà virtuali e, nel caso il danno fosse stato già fatto, come intervenire?

Risponde Claudia Martelli:

Esiste un interessante saggio della Dott.ssa Claudia Di Lorenzi (pubblicato sul sito di AIART www.aiart.org ), che analizza gli effetti sui bambini e gli adolescenti dell’esposizione televisiva a scene di violenza ed evidenzia la probabile relazione con taluni comportamenti aggressivi.

In questa analisi si illustra che la “variabilità delle risposte alla violenza televisiva dipende dal grado e dal tipo di elaborazione mentale” della persona, pertanto dalla capacità critica e dalla capacità di distinguere fra reale e virtuale.

Emerge anche una distinzione fra effetti comportamentali ed emotivi nelle diverse fasce di età che risulta particolarmente interessante, così come i dati di una ricerca del 2003 sul livello di percezione della guerra nei bambini.

Risulta evidente l’importanza dell’intervento degli adulti a decodificare le immagini trasmesse dalla TV, sia di quelle che riguardano notizie reali (il conflitto bellico) che quelle che appartengono alla sfera della finzione. Il ruolo del genitore è dunque quello di saper affiancare i figli e dare loro supporto per prevenire frustrazioni o paure che possono essere indotte da immagini violente e rimanere nell’inconscio, aiutandoli a comunicare le proprie fragilità e insicurezze.

Nel caso di comportamenti anomali, aggressivi o prevaricanti nei confronti di coetanei è evidente che ci si trovi di fronte ad un problema per il quale il genitore potrebbe aver bisogno dell’aiuto di figure professionali competenti e impegnate sul fronte del disagio giovanile, alle quali rivolgersi senza alcun senso di frustrazione o imbarazzo.

Edera Vaccari Psicologa ed esperta di AGe sui problemi comportamentali dei bambini ed adolescenti, spiega:

oggi il pensiero dei giovani è visivo, passa attraverso le immagini. 
Nei videogiochi, tramite l'immagine proiettata sullo schermo, il ragazzo ha l’impressione di essere protagonista e di dettare le regole del gioco, senza avere coscienza che in realtà è il gioco a imporre le sue regole. La violenza è usata come sfogo, perché aiuta a sentirsi in primo piano, e ad essere riconosciuti da noi adulti, che rivestiamo un ruolo determinante per l’accettazione di se’, da parte dei giovani.

Si tratta di ragazzi che trascorrono molto tempo in solitudine, a studiare e a giocare davanti ad uno schermo, che perdono il piacere di confrontarsi con i coetanei e l’interesse a fare cose insieme ai coetanei.

Affrontano spesso da soli i loro dubbi, le loro difficoltà, senza riuscire ad aprirsi nei confronti dei genitori o di altri adulti e quindi senza poter ricevere l’aiuto di cui avrebbero bisogno.

I genitori di oggi sono più istruiti scolasticamente, ma sono purtroppo talvolta incapaci di vedere oltre le apparenze, oltre il rendimento scolastico e le aspettative che hanno sui figli.

Nell'adolescenza è importante che i ragazzi imparino ad affrontare le difficoltà e risolverle, ma è anche importante che noi genitori oltre a sostenerli e proteggerli, quando necessario, ci mettiamo in ascolto di come vivono, di come trascorrono il loro tempo e chiederci se è adeguato il modo col quale fanno le cose.

Noi genitori (individualmente e come coppia genitoriale) abbiamo il compito di interrogarci sui nostri limiti, le nostre difficoltà e mancanze, per costruire dei legami, per capire dove arriva uno e dove inizia l’altro, al fine di collaborare nel creare un luogo, che è la famiglia, dove accogliere, contenere e lavorare sulle difficoltà che i figli “portano”, al fine di renderli protagonisti e renderli visibili a noi e a se stessi. I nostri figli sentono il bisogno di “essere visti”, di essere rispecchiati, riconosciuti, hanno bisogno di sentirsi vivi, non solo in modo apparente, non solo per fatti eclatanti al negativo, ma di arricchire la propria interiorità per crescere.

DOMANDA:

Come A.Ge che cosa chiedete affinché vi sia una maggiore tutela dei minori, affinché non vengano sacrificati sull’altare del business?

Citiamo l'appello del Presidente Nazionale AGe Maurizio Salvi, che potrebbe essere, così riassunto:

"Come Associazione Italiana Genitori chiediamo alle Istituzioni interessate di predisporre un’adeguata disciplina, che detti regole precise per la vendita di videogiochi per minori. Ai genitori raccomandiamo di vigilare sull’uso dei videogiochi da parte dei loro figli, in termini di contenuto e di durata e consigliamo anche di giocare qualche volta insieme ai figli, per far diventare il divertimento un momento evolutivo, educativo condiviso.

AGe auspica un confronto delle rappresentanze dell’Unione Europea su questi temi, per consentire il raggiungimento in tempi brevi di un codice unico europeo che dia regole vincolanti per tutti i Paesi dell’Unione e, a livello nazionale, spera nella definizione dei compiti di un’Autority che vigili sui contenuti e detti regole per la loro vendita ai minorenni, mettendo al bando tutti i prodotti considerati pericolosi, come da recente proposta della Commissione Parlamentare per l’Infanzia." (tratto dall’appello del Presidente Nazionale di AGe Maurizio Salvi contro i videogiochi violenti  ww.age.it )

Claudia Martelli continua:

Mi sento di aggiungere, all'invito del Presidente Salvi, un ulteriore suggerimento di prudenza a tutti i genitori, a non dare mai per scontato che altri si occupino della salute dei nostri figli e a considerare che i tempi di reazione delle Istituzioni e degli enti preposti a tutela della salute psico-fisica dei bambini e ragazzi, sono lunghi rispetto alla velocità di diffusione di certe proposte commerciali o via internet.   A noi genitori spetta il compito  di responsabilizzare i nostri figli, pertanto, ad un consumo critico, non solo dei beni primari, ma anche di quelli che attengono alla sfera ludica e del divertimento.

Stefania Agazzotti Psicologa, esperta di AGe sui disturbi di apprendimento, ritiene utile incoraggiare queste riflessioni critiche anche nelle scuole o in luoghi di aggregazione giovanile, attraverso filmati e dibattiti che illustrino le implicazioni emotive e le conseguenze legali di certi comportamenti, sia dal punto di vista di chi li commette sia da quello di chi li subisce. 

Non si tratta di demonizzare l'uso dei videogiochi, ma di indirizzare i giovani verso quelli non violenti, educandoli a  scartare le proposte "indecenti" oltre a vigilare sul tempo dedicato a questi giochi, per prevenire il rischio di assuefazione.

Contributo di AIART sulla violenza nei videogiochi:

I fatti che hanno occupato la cronaca in questi giorni sono il risultato di una capacità educativa che è andata sempre più scemando da anni a questa parte fino ad assottigliarsi in maniera preoccupante. Se anche non ci fosse, come appare invece evidente a molti, un diretto collegamento fra la TV violenta, i videogiochi dell’orrore, gli spettacoli al limite dell'osceno, dove non viene rispettata non solo la sensibilità, ma nemmeno l'intelligenza dello spettatore, c'è senza dubbio un rapporto indiretto, laddove l'utente viene educato a un modello sempre più povero di valori, sempre più "basso", sempre meno desideroso di cose belle, autentiche, umane.

Così il fascino del male prevale, la perversione, la violenza, la morte... , ma anche l’appiattimento verso pellicole cinematografiche e proposte televisive di pessimo gusto, dalle quali nascono modelli di riferimento per i giovani di discutibile valore (tanto più scandalizzi con comportamenti riprovevoli, tanto più aumenta l’indice di ascolto, la tua visibilità e il tuo successo personale). AIART si dedica espressamente a denunciare il pericolo e gli effetti di proposte multimediali dannose ai bambini e ai giovani e ad educare lo spettatore al senso critico e al gusto per le pellicole di qualità.

Maria Grazia Fantini (Presidente AIART di Modena)

Cosa fa l'AGe

L’Associazione Italiana Genitori da sempre si impegna in campo educativo, per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Autorità e Ministeri competenti sui temi della famiglia e sull’impegno dei genitori, per difendere il rispetto della vita e della salute psico-fisica dei giovani. Collaboriamo con tutti gli organismi e gli enti, associazioni, istituzioni che hanno a cuore il bene dei giovani, perché l’educazione non è un fatto privato, ma un obiettivo sociale che deve essere condiviso e trovare il sostegno e l’appoggio della comunità. Serve confrontarsi, per intraprendere progetti e obiettivi coerenti e condivisi. E’ per questo che AGe incoraggia la partecipazione dei genitori nella scuola, a fianco degli insegnanti nel compito di coeducatori dei bambini e dei ragazzi, nel rispetto dei reciproci ruoli, ma nella consapevolezza che serve un dialogo stretto fra famiglia e scuola e un sostegno reciproco, affinché il messaggio educativo sia univoco, coerente ed efficace.

A Modena AGe è presente dai primi anni settanta. Collabora con l’Associazione Genitori Scuole Cattoliche AGeSC, con l’Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi UCIIM, con l’AIART (associazione telespettatori), sui temi dell’educazione.

Partecipa al Forum Provinciale delle Associazioni Genitori della Scuola, è impegnata con il CSA e la Consulta Diocesana di Pastorale Scolastica su progetti per gli studenti.