Testimonianze del genocidio in Ruanda
All’interno del Primo incontro di Avvento dei Giovani con il Vescovo, organizzato dal Centro di Pastorale Giovanile presso la Chiesa di San Faustino il 5.12.2006, sono state proposte alcune testimonianze sul genocidio in Ruanda da parte di:
-Pierantonio Costa che fu Console Onorario in Ruanda, dove viveva e svolgeva la sua attività imprenditoriale, nel 1994, all’epoca del genocidio.
- Luciano Scalettari, giornalista e inviato di Famiglia Cristiana, che ha dato voce all’esperienza di Pierantonio Costa raccogliendone le memorie e pubblicandole nel libro “La lista del Console. Ruanda cento giorni un milione di morti”
-Suor Maria Goretti, testimone e vittima della guerra.
Le sintesi che seguono sono state raccolte in forma di appunti e
trascritte da Claudia Martelli –Associazione Genitori di Modena-
e si sono limitate ai contributi di Pierantonio Costa e di Suor Maria
Goretti. Non riportano, invece, l’introduzione alle testimonianze
fatta dal giornalista Luciano Scalettari.
I riferimenti del libro sono:
La
lista del Console. Ruanda cento giorni un milione di morti
di Costa e Scalettari
Ed Paoline Collana Nord Sud € 9.80
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Pierantonio
Costa:
“Non sono un eroe, ma una
persona come voi, semplicemente mi sono trovato nelle condizioni …
e ho scelto di agire secondo coscienza, di agire in modo da potermi
poi guardare allo specchio.
Volevo anche salvaguardare i beni
e le mie proprietà………
Ero Console Onorario di Italia
e il mio primo compito era quello di proteggere i miei connazionali.
Prima di quei fatti l’essere Console aveva significato il rappresentare
l’Italia durante le celebrazioni, i cortei e le occasioni diplomatiche.
Quello che ho fatto l’ho
fatto per dovere: mi sono prioritariamente dedicato all’evacuazione
degli italiani, che sono stato l’unico popolo a non avere avuto
vittime, poi mi sono impegnato anche verso i ruandesi.
Dopo 7-10 giorni dall’inizio
del conflitto erano rimasti due missionari italiani nel sud del paese,
a tutela di un orfanotrofio e decisi di andare a vedere se potevo
fare qualcosa o essere d’aiuto. Fu un viaggio lungo…..
Essere console mi garantiva una
“dimensione” verso le autorità , un riconoscimento
del mio status e, grazie alla mia conoscenza della mentalità
di quel popolo mi sono trovato nelle condizioni di poter fare qualcosa.
Ero anche marito e padre e cercavo
di fare il bene, ma senza espormi troppo.
Quando tutto finì l’unico
rammarico è stato di non aver fatto abbastanza e il pensiero
ai morti, quelli che non avevo saputo aiutare. Ringrazio Luciano (coautore
del libro e giornalista di Famiglia Cristiana), perché obbligandomi
a parlare, mi ha reso possibile farlo e nel farlo mi ha permesso di
“liberarmi”.
Il 6 Aprile scoppiò la guerra,
poche ore dopo erano già attive squadre di assassini, volte
a trucidare la popolazione tutsi. La capitale era paralizzata e sono
stati necessari 2 o 3 giorni per potersi spostare. Il primo aiuto,
come vi ho detto, è stato rivolto ai connazionali; avevamo
organizzato una rete di comunicazione, per spostarsi verso le persone
più esposte, non appena possibile. Era una situazione difficile
e di paura, ma dopo 7 giorni erano stati evacuati quasi tutti gli
stranieri e, insieme ad un ultimo gruppo partivo con la mia famiglia
per Nairobi.
Poi mi sono recato in Burundi,
per essere il più vicino possibile al Ruanda, dove mantenevo
delle proprietà e l’interesse economico a salvaguardarle
e, con questo scopo, sono rientrato nel Ruanda meridionale, dove la
rivolta non era ancora esplosa e l’ingresso mi è stato
facile.
Ho incontrato un sacerdote e gli
ho chiesto di radunare i pochi italiani rimasti, perché non
potevo fermarmi e lo lasciai con il proposito di tornare due giorni
dopo per metterli in salvo. Ma nella notte iniziò il massacro
(7000-8000 morti) e la carneficina si allargava sul territorio.
Sono potuto ritornare solo il 21
(di maggio ?)e dare aiuto a 40 persone di varie nazionalità,
perché grazie alla mia posizione di diplomatico riuscii ad
ottenere per esse il visto. I viaggi successivi furono rivolti a proteggere
due orfanotrofi ed evacuare altre persone.
Fui dato per disperso per tre giorni,
con evidente preoccupazione dei miei famigliari, ma finalmente il
4 giugno ero alla frontiera con 375 bimbi.
“La civiltà è
un’ombra di colore sulla pelle, se manca, diventiamo selvaggi,
non bestie, perché gli animali uccidono per cibarsi, ma l’uomo
uccide per piacere.
Tutti valiamo qualcosa e dobbiamo
viverlo (il ns valore) al massimo.”
Suor
Maria Goretti, ha portato la sua testimonianza e danzato un
ballo del Ruanda sulle note di una preghiera cantata, il cui testo
è stato recitato in italiano, ad inizio serata.
La religiosa ha perso 11 fratelli, i genitori e tutti i suoi cari
nel genocidio e si è così espressa:
“dove era Dio?
Dio c’era, Dio c’è,
anche se Dio tace e fa silenzio.
C’era silenzio. C’era
solo il rumore del fiume e del sangue.
Dio tace quando vuole il nostro
intervento e ci chiede di testimoniare le nostra fede.
Io ero con gli italiani, quando
tutta la mia famiglia è stata uccisa. Perché sono stata
salvata? Certamente non perché fossi migliore di altri, ma
forse per dare una testimonianza.
Ho vissuto sentimenti di rabbia,
di disperazione e mi sono chiesta cosa fare.
Gli apostoli erano in 12, solo
in 12. Questa sera siamo molto più numerosi degli apostoli
e dobbiamo impegnarci, come gli apostoli a portare pace.
Mi sono domandata perché
a me, perché proprio a me? La stessa domanda che si è
fatta Maria …
Perché nel nostro piccolo
possiamo fare qualcosa, per portare il nostro messaggio.
Quello che è successo al
Console è stato un miracolo: si rivive la storia della Bibbia
e si aggiunge un’altra pagina alla Bibbia.
Siamo chiamati a rendere il mondo
della violenza più piccolo”.
Costa ha voluto introdurre la preghiera e la danza, che Suor Maria
ha presentato, spiegando che il Ruanda è un paese di pastori,
fatto di natura, di mandrie e di animali. Fra questi c’è
un uccello africano variopinto, con la cresta rossa e gialla che vive
in coppia e in gruppo di 4-5 coppie, che si caratterizza perché
alla mattina si diletta in una danza.
La religiosa ha poi danzato accompagnata dalla musica e testo originali,
una danza delicata, fatta di movimenti lenti e armoniosi delle braccia
e del corpo, su di una melodia che invoca la pace, condanna la violenza
e chiede una preghiera per quanti hanno perso la vita senza motivo.
inserito in Data: 7/12/2006
Autore: Claudia Martelli

